Riformare il Modello delle Case Popolari: Creare un Ponte tra Fragilità e Comunità

di Mattia Santarelli, GD e membro della segreteria regionale PD Marche

Il problema abitativo in Italia è un’emergenza crescente che tocca sempre più persone. Gli studenti fanno fatica a pagare gli affitti e le loro famiglie sono costrette a fare i conti con un duplice peso economico. I giovani non riescono ad accedere ai mutui, mentre le famiglie che vivono in condizioni di difficoltà spendono più della metà del proprio reddito per il pagamento della casa e delle relative spese. Fermo, come altre città italiane, e tutte le Marche stanno vivendo questa crisi in modo particolarmente acuto, con numerose famiglie in difficoltà e una crescente carenza di soluzioni abitative. Tuttavia, il problema della casa non è solo economico, e questo la politica lo affronta raramente. Il diritto all’abitare non riguarda soltanto chi è povero o in “estrema difficoltà”: è una questione che riguarda la qualità della vita e l’inclusione sociale di ciascuno. Con la pandemia, abbiamo compreso che la casa è molto più di quattro mura: può diventare ufficio, scuola, spazio sociale, ma può anche trasformarsi in una gabbia. Garantire una casa sicura e accessibile è il primo passo per garantire il benessere delle persone, la loro crescita e il loro sviluppo. Senza una casa, non possiamo immaginare una vita.

Oggi, il modello delle case popolari in Italia, pur essendo una risorsa fondamentale per garantire un tetto a chi ne ha bisogno, ha un evidente per quanto disperato bisogno di essere riformato. Le abitazioni popolari, in molte città, sono per lo più situate in periferie isolate, lontane dai centri vitali della comunità, e versano in condizioni manutentive di enorme criticità. Questa situazione non solo rende difficile l’accesso ai servizi e alle opportunità, ma contribuisce a rinforzare l’emarginazione sociale, trasformando le case popolari in veri e propri ghetti sociali. Il modello attuale, pur rispondendo a un bisogno urgente, non basta più. Le case popolari, anziché fungere da punto di partenza per l’integrazione e la stabilità, finiscono per “parcheggiare” le persone in condizioni di isolamento, dove la distanza fisica e sociale dai centri urbani e dalle dinamiche economiche e culturali della società aggrava ulteriormente la marginalità. Questa modalità di gestione delle case popolari non favorisce il superamento della precarietà sociale, ma la esaspera, creando una separazione ulteriore tra chi vive in condizioni di difficoltà e il resto della comunità. L’abitazione popolare, così concepita, non diviene altro che un luogo di esclusione.

È tempo di ripensare il sistema delle case popolari. Urge trasformare ciò che oggi è un “parcheggio di fragilità sociale” in un ponte verso la piena stabilità e l’inclusione sociale. La casa non dovrebbe limitarsi a fornire un “rifugio” temporaneo, ma essere il punto di partenza per un percorso di reintegrazione (o di integrazione) nella società. Un nuovo modello di edilizia popolare deve affiancare alla casa anche servizi per l’impiegosostegno psicologicoagevolazioni per lo studio, e opportunità di socializzazione, al fine di accompagnare le persone in un cammino che le porti verso l’autonomia e la partecipazione attiva alla vita della comunità. Non è sufficiente dare un tetto, ma è necessario costruire una rete di supporto che permetta a chi vive in una condizione di fragilità di superare l’emarginazione e di reintegrarsi. Per fare il tavolo ci vuole il legno, diceva la canzone, ma per fare una casa non bastano di certo quattro mura, dobbiamo ripeterlo finchè non sarà sufficientemente chiaro. In questo nuovo modello, le case popolari non sarebbero più luoghi dove chi è in difficoltà vive separato dal resto della società, ma veri e propri punti di passaggio, dove le persone possono risollevarsi, affrontare le proprie difficoltà, e proseguire verso una vita stabile e serena. Le case popolari devono diventare un ponte che connette la fragilità con la piena integrazione, e non una barriera che la rinforza. Senza una casa dignitosa e i relativi servizi alla persona, non esistono né opportunità di crescita, né possibilità di partecipare alla vita sociale. Tutto ciò è la base su cui costruire una vita migliore, sia sul piano personale che sociale.

È cosi allora che il ruolo dello Stato (in tutte le sue forme) non sarà più soltanto quello di garantire un alloggio fisico, ma potrà riuscire anche ad offrire un’opportunità di cambiamento e di stabilità. E le case popolari potranno arrivare ad essere pensate come strumenti di autonomia, di sostegno e di crescita, capaci di essere mezzi per il raggiungimento di una vita libera e dignitosa per chi la abita.