Trump ci piccona con i dazi ma per Meloni conta più lui dell’Italia

di Stefano Vaccari, pubblicato su L’Unità di oggi

I dazi che, ad iniziare dalle auto, sta imponendo Trump all’Europa possono rappresentare, se non contrastati adeguatamente, un colpo mortale per tanti settori produttivi del vecchio continente, a cominciare da quelli italiani. L’export di beni e servizi dell’Italia verso l’Usa, vale oltre 67 miliardi con un surplus commerciale a favore del nostro Paese di 43 miliardi. Un giro d’affari significativo. L’Italia in Europa è dietro solo alla Germania (dove pesa il mercato delle auto) e prima della Francia.

Nel 2023 l’Italia è stata il primo paese dell’Unione europea per esportazioni negli Stati Uniti nei settori di produzione tipici delle piccole medie imprese: dal vino alla produzione alimentare, dalla moda all’arredamento, dai prodotti in metallo alla gioielleria e occhialeria. I dazi sulle auto produrranno una stangata complessiva di 110 miliardi all’anno di costi aggiuntivi pari circa 6.700 dollari in più per veicolo venduto.

Alla luce del fatturato annuo italiano il colpo per la nostra economia potrebbe essere fino a 7 miliardi di euro. Di questi almeno 2 miliardi per il comparto agroalimentare. E si avrebbe quale conseguenza, con dazi pensati al 20%, una riduzione dello 0,2% del pil e una contrizione sul lavoro, con 57000 unità in meno.

Nel frattempo molti mercati sono già fermi a causa dell’incertezza causata dai nuovi annunci sui dazi che Trump ha annunciato per il 2 aprile. Il 96% dell’export agroalimentare viaggia su nave e quindi i carichi potrebbero arrivare a destinazione dopo il 2 aprile. Lo stop precauzionale difatti già costa fino a 6 milioni al giorno nel settore del vino con il fondato rischio di perdere sia le commesse e sia spazi di mercati.

La stangata, tra l’altro, potrebbe valere, tanto per dire, 240 milioni per l’olio d’oliva, 170 milioni per la pasta, 120 milioni per i formaggi.

Un vero e proprio disastro che non è viene affrontato dal governo italiano con la necessaria attenzione. Anzi le dichiarazioni della presidente Meloni vanno in direzione opposta.

È grave che venga rivendicata dalla Meloni, come ha fatto in Parlamento, l’equidistanza tra il presidente Usa e l’Europa. Tutto ciò attesta che quello che più conta per la Meloni e la destra è il rapporto con l’alleato sovranista e non certo gli interessi del paese e della nostra economia. Meloni nel fare questo è preoccupata pure del rapporto con la lega e Salvini che da tempo hanno scelto il tycoon e la strategia nazionalista quali riferimenti della loro azione politica.

La strada maestra è altra come autorevolmente dichiarato dal presidente Mattarella. Oggi l’Unione Europea, per il nostro Capo dello Stato, è la dimensione in cui l’Italia deve far valere le proprie ragioni di paese esportatore per far fronte ai dazi annunciati da Trump. I dazi creano ostacoli e alterano i mercati, penalizzano i prodotti di qualità e per l’Italia sono inaccettabili. Le guerre commerciali sono un tipo di conflitto che induce a contrapposizioni ancora più dure.

Meloni dunque deve superare l’effetto orticaria verso l’Europa e concordare con gli altri Stati, come chiedono industriali ed imprese, una posizione comune in grado di contrastare la deriva di Trump anche valutando la possibilità di spostare su altri mercati gli export italiani ed europei. In entrambi i casi servono risorse a disposizione e serve ripensare, per esempio in agricoltura, la Pac per adeguarla alle nuove necessità.

Andare in forma singola al rapporto con Trump, come vorrebbe Meloni, sarebbe deleterio e minerebbe la coesione e la solidarietà che sono principi e valori che hanno voluto i padri fondatori dell’Ue a cominciare da quei tre visionari che, dal confino a Ventotene, hanno lanciato con il Manifesto l’idea rivoluzionaria degli Stati Uniti d’Europa. Ma su Spinelli, Rossi e Colorni la presidente Meloni ha utilizzato parole vergognose che la dicono lunga sulla sua ispirazione europeista.