Intervista su Domani di Daniela Preziosi a Nicola Zingaretti
Un Pd come «una comunità hippie demilitarizzata» è una battutaccia, l’ennesima di Giorgia Meloni contro Elly Schlein, tanto più perché pronunciata, sabato scorso, in un congresso di un partito potenzialmente alleato, Azione. E di fronte a esponenti Pd che non condividono la linea della segretaria. Nicola Zingaretti, ex segretario dem e oggi capodelegazione a Bruxelles, non si scompone.
Perché, spiega, «le continue battute e provocazioni di Giorgia Meloni provano di nascondere un suo problema. Che però è enorme: l’Italia oggi non ha una politica estera e quindi una politica su l’Europa».
Meloni dice di difendere «l’Italia che “sta” in Europa» e si mette a disposizione di Trump. Ma è vero che anche il vertice di Parigi, dei “volenterosi”, non sembra aver prodotto risultati palpabili. L’Ue gira a vuoto?
L’Italia di Giorgia Meloni non sta da nessuna parte, pià che pontiera è complice. Sul girare a vuoto no, ed è insopportabile chi attacca genericamente l’Europa. Peggio se da sinistra: oggi il problema sono le destre al potere in molti Paesi, che sabotano una dimensione comune. Oggi l’Europa è politicamente debole perché è forte il nazionalismo negli Stati. Questo porta a compromessi tra i governi, sempre al ribasso, sul minimo comune necessario. E invece il passaggio storico richiede l’Europa massima possibile. Non è un problema di oggi: negli ultimi anni, con l’eccezioni del periodo del Covid, si è affermata una dimensione intergovernativa, con ruolo centrale del Consiglio.
Oggi però l’Ue è fuori dai tavoli fra Usa, Russia e Kiev, almeno per ora.
Gli Usa e la Russia vogliono escludere l’Europa da tutto perché vogliono un mondo diviso in sfere d’influenza nelle quali trattare con singoli stati da una posizione di forza. Un protagonismo dei Paesi europei serve a contrastare questo disegno. Ed è indispensabile per aprire un negoziato finalmente verso una pace giusta.
Sfilarsi dal contingente dei volenterosi esclude l’Italia dal gruppo di testa della prossima Europa?
Nel Parlamento europeo è stato il Pd per primo a porre la necessità di un’azione diplomatica per la pace. Ora, qualsiasi forma di partecipazione, anche di contingenti di pace, può essere valutata solo con un chiaro mandato e una legittimazione Onu.
È la posizione anche di Meloni.
Solo a parole, perché per arrivare a questo risultato, per garantire sicurezza all’Ucraina, prima occorre un negoziato. E l’Europa deve esserci. Meloni frena, non perché sia pacifista o pontiera, ma perché è complice di chi non ci vuole.
Il protagonismo di alcuni leader europei sta erodendo il ruolo delle istituzioni Ue?
Io tutti questi leader forti non li vedo. Anzi il problema è anche questo. Il nazionalismo si nutre di egoismi e miopie, di una politica che preferisce cavalcare le paure invece che scommettere su una credibile proposta comune che ridia una speranza a chi l’ha persa e vive senza vedere un domani degno. In questo sì, c’è una crisi dell’Europa. E Meloni ne è un’artefice. Sui dazi è chiarissimo: il negoziato con Trump, per difendere le nostre aziende, deve essere fatto a livello europeo e uniti. Invece l’Italia sta rompendo il fronte.
Questo rischia di escluderci dalle scelte dei paesi fondatori?
Veniamo invitati ai vertici, ma la presidente del Consiglio e i suoi due vice hanno tre posizioni diverse, praticamente su tutto. Questo indebolisce il nostro Paese e rende difficile una linea comune dell’Europa. Ora ci ricorda che siamo alleati degli Usa: lo sappiamo. La nostra critica è a Trump e alle sue politiche contro gli interessi italiani. Gli Usa e gli alleati hanno dato un contributo determinante alla lotta di liberazione dal Nazifascismo, mi aspetto dunque una grande riconoscimento dei valori del 25 aprile quando gli alleati nelle strade festeggiavano insieme ai partigiani la fine della dittatura e l’arrivo della pace.
Anche le opposizioni non hanno un’idea comune. E a Bruxelles si vede forse persino meglio che a Roma.
È inutile negare le divisioni, sono figlie della dinamica politica. Il Partito democratico di di Elly Schlein è la forza più unitaria di tutte le opposizioni. È un merito. Non rispondere alle polemiche, cercare sempre la posizione comune più avanzata non è un esigenza del Pd ma della democrazia, che per essere forte ha bisogno di avere un’alternativa.
Ma Calenda dice che bisogna «cancellare» M5s, e M5s esclude l’alleanza con Azione e con Iv. Dovrete scegliere fra gli uni e gli altri?
Calenda è all’opposizione e ha fatto un congresso per opporsi alle opposizioni. Non mi sembra una scelta lungimirante per cambiare le cose in Italia. E chi si sottrae al dovere di cercare una posizione comune sbaglia. Molte divergenze sono figlie anche dell’ossessione a distinguersi. Non è credibile chi denuncia ogni giorno i pericoli della destra al governo o delle oligarchie intorno a Trump, e poi non sente il dovere della ricerca unitaria. Milioni di persone non votano più perché non vedono un’alternativa. Viviamo il tempo della solitudine e dell’angoscia, e senza una speranza una democrazia non vive. Questa consapevolezza dovrebbe spingere tutti a uno sforzo in più.
Al netto dell’appello allo sforzo, resta che i Cinque stelle sostengono che il piano di riarmo sia un ostacolo alla pace.
Su quel piano il Pd ha una posizione critica e severa, e spingerà con fermezza verso una politica di difesa comune. Stiamo nel processo che si è aperto, ma rivendichiamo cambiamenti radicali della strategia europea. Ma dei semplici no, o lasciare fare agli altri, sarebbero due errori. Portiamo avanti una battaglia per cambiare l’Europa e non solo per testimoniare. Si può fare di più? Sì, intanto cambiando il governo italiano. Chi vuole un’Europa diversa dovrebbe darsi la priorità della ricerca dell’unità.
L’assenza di una politica estera comune non è un tema di oggi, con i paesi guidati dai partiti nazionalisti.
Abbiamo fatto tanti passi in avanti. Ma sì, anche quando i progressisti governavano la maggioranza dei Paesi, sulla cessione di sovranità, si è sempre frenato. Figuriamoci ora, in un Consiglio a 27 dove la sinistra è al lumicino. Ma oggi il cantiere della difesa comune è finalmente aperto. Ora deve procedere nella giusta direzione: la “deterrenza” o è europea o non esiste. Quindi: progetti e acquisti europei, interoperabilità, razionalizzazione della spesa, catene di comando per il coordinamento degli eserciti nazionali, rilancio dell’industria dell’aerospazio. E poi: la sicurezza degli europei non è garantita solo dalle armi, serve rilanciare la politica estera comune, i rapporti commerciali e culturali. L’Europa deve esistere come attore politico: l’opposto delle ricette nazionaliste.
Il Pd è isolato nei socialisti europei?
No, siamo una forza combattiva che vuole ottenere risultati. Si racconta il parlamento europeo in maniera semplicistica: ci sono i rappresentanti di 27 Paesi, divisi in nove gruppi parlamentari. Il Pd ha dato un contributo indispensabile a costruire una maggioranza europeista di 401 parlamentari che ha votato Von Der Leyen e il suo programma nel luglio 2024. Ma in quel Parlamento c’è anche un’altra possibile maggioranza di destra. Il nostro compito è fare di tutto, ogni giorno, per ancorare l’impegno della Commissione al rispetto di quel primo programma.
M5s e Avs invece hanno votato no.
Il Pd ha garantito l’insediamento della Commissione che rischiava di non esserci all’insediamento di Trump. Con le disastrose conseguenze che avrebbe significato: un’Europa ancora più debole. I socialisti francesi hanno votato contro, l’Spd tedesca si astenuta. Ma nessuno ha parlato di isolamento, in questo caso. Giustamente, perché nessuno è isolato: tutti portiamo il contributo che viene dalle nostre storie per un progetto comune. La destra governa gli Usa, la maggioranza dei paesi Ue, dunque ha la maggioranza del Consiglio e della Commissione: non dobbiamo regalargli il Parlamento. Piuttosto, imbarazzante è la destra italiana che governa insieme a Roma e a Bruxelles si divide, e con posizioni contrapposte: l’ultimo seminario di Forza Italia aveva come titolo “Forza Europa” e Salvini ha chiesto i voti con lo slogan “meno Europa”. E oggi fa il portavoce di Trump in Europa.
A Strasburgo, vi siete divisi sul riarmo. Presto arriveranno nuovi voti potenzialmente divisivi. E un gruppo di deputati contesta la vicepresidente Picierno. Riuscirete a restare uniti?
Siamo l’unico partito italiano che ha una vita democratica. C’è un dibattito interno negli altri partiti? Se c’è, non si sa. Detto questo, è noto che quando ero segretario ho denunciato con forza le degenerazioni del nostro modo di discutere. Il confronto è prezioso quando avviene nei luoghi e negli organismi preposti, dove la ricchezza delle posizioni è messo a disposizione della ricerca di una sintesi.
Farete un “chiarimento interno”?
Il nostro metodo è il confronto, su tutto. Qualcuno dimentica che nel 2022, dopo la sconfitta delle politiche, si diceva: «Il Pd è morto e verrà spolpato dal centro e da sinistra». Con la segreteria di Elly Schlein, e anche grazie al contributo di chi non ha condiviso quella scelta congressuale, è avvenuto il contrario: oggi il Pd è il principale protagonista di qualsiasi progetto alternativo alle destre. Un patrimonio enorme, che ora dobbiamo mettere al servizio della costruzione di un’alternativa.